lunedì 26 gennaio 2026

Sorrentino e La grazia: il potere che non salva

A
bbiamo pensato che essere militari o giuristi ci avrebbe esautorato dall’avere una sensibilità. Ma non è andata così. Questa frase, pronunciata da un generale nel film La grazia di Paolo Sorrentino, è il cuore emotivo e teorico dell’opera.

Non è solo una battuta – è una crepa. È da lì che il film comincia a scardinare ogni certezza sul potere, sull’identità, sulla possibilità stessa della grazia. Il Presidente messo in scena da Sorrentino non è in crisi, non è in lotta, non è neppure in evoluzione. È immobile, sospeso, anestetizzato. Ha interiorizzato il limite a tal punto da farne il proprio spazio abitativo. Il potere non lo domina – lo avvolge. Non lo consuma – lo scolpisce. Il suo io, levigato e silente, è diventato il volto stesso dell’istituzione.

In questo senso, La grazia è un film radicalmente psicologico. Non racconta l’azione del potere, ma la sua stasi. Non mostra un conflitto in atto, ma un conflitto sedimentato. Il Presidente non agisce, non interviene, non trasforma. Osserva, regola, modera. Non è un uomo senza affetti – è un uomo che ha imparato a considerarli una zona pericolosa. Il suo potere non è forza, ma distanza. Il suo comando, non decisione, ma equilibrio. E la grazia – intesa come atto affettivo, come deragliamento simbolico, come slancio gratuito – diventa il vero tabù.

Tutto nel film è costruito per esprimere questa anestesia. Gli ambienti sono solenni ma immobili, ampi ma senza aperture. I movimenti sono lenti, rituali. La parola è misurata, quasi timorosa di creare turbamento. Il microcosmo presidenziale è una camera sigillata, dove ogni emozione è filtrata, ogni gesto calibrato. È un mondo che ha rinunciato al caos per garantirsi la continuità. Ma a quale prezzo? Alla fine, la grazia non può compiersi – non perché manchi, ma perché non trova più un soggetto disposto ad accoglierla.

La scena più dolorosa è forse quella che riguarda i figli. Il Presidente non è assente – è troppo presente. Ma in modo neutro, controllato, sterile. L’amore, se c’è, non sa più rischiare. I figli non sono interlocutori, ma superfici riflettenti. Non sono amati male – sono amati senza vibrazione. E proprio per questo, diventano la misura della frattura interiore del Presidente: non riesce più a stare in uno spazio che non sia regolato, istituzionalizzato, ordinato. Lì dove dovrebbe esserci l’umano, c’è solo forma.

In questo modo, La grazia diventa un film sulla fine della possibilità trasformativa. Il Presidente non ha un arco narrativo, non cambia, non si redime. Resiste. Il suo conflitto non è tra due desideri, ma tra il desiderio e la sua cancellazione. È un personaggio che ha fatto della rinuncia la propria identità, della cautela una forma di etica, della neutralità uno stile di vita. Ma che resta profondamente tragico – non perché fallisce, ma perché non può più tentare.

Il limite invalicabile è quello del gesto gratuito. La grazia – atto non contabilizzabile, non prevedibile, non regolabile – rappresenta ciò che il Presidente non può attraversare. Farlo significherebbe accettare una perdita di controllo, una caduta nell’umano non filtrato. E allora si comprende: il potere non ha bisogno di essere violento per essere assoluto. Gli basta diventare ambiente. Gli basta sostituire la vita con la gestione, l’emozione con l’equilibrio, il rischio con la norma.

In ultima analisi, La grazia è il ritratto di un potere che ha smesso di fare male – ma anche di fare bene. Un potere che non punisce – ma che non salva. Un potere che non reprime – ma che non ama. Il Presidente non è un carnefice – è un sopravvissuto. Ha scelto di vivere dentro un perimetro che non ferisce – ma che non permette più di sentire. E allora la grazia non arriva – perché non trova spazio. E forse, non trova nemmeno più un motivo.

© DANIEL CRUSOE — Tutti i diritti riservati

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