Trump rilancia la corsa al Polo: obiettivo Groenlandia
Washington, gennaio 2026. All’alba del nuovo anno, mentre l’inverno avvolge la capitale americana in un silenzio glaciale, l’amministrazione Trump si muove con la veemenza di chi non teme il dissenso, né cerca il consenso, ma pretende — e pretende subito — di lasciare un segno. Le sue decisioni, come fendenti, tagliano il tessuto delle alleanze, spingono i confini della diplomazia, scuotono equilibri che da decenni si credevano solidi. Così si apre il 2026: con una Casa Bianca che agisce su più scacchieri, moltiplica i fronti, e pare voler riscrivere, da sola, la grammatica delle relazioni internazionali.
Che cosa guida questa strategia? Quale visione anima un presidente che, al secondo mandato, si comporta come se avesse poco tempo e nulla da perdere?
L’azione militare in Venezuela, culminata con la cattura spettacolare di Nicolás Maduro, è stata la prima detonazione simbolica dell’anno. Dietro quell’operazione — rapida, sanguinosa, controversa — non c’è soltanto l’ossessione per il controllo energetico, ma il desiderio di mostrare al mondo che gli Stati Uniti, sotto Trump, non attendono, non negoziano, ma agiscono. “Riprendiamo ciò che è nostro”, avrebbe confidato il presidente ai suoi più stretti collaboratori, evocando non solo il petrolio venezuelano, ma una certa idea d’America: imperiale, dominante, indiscussa.
Ma ogni azione ha il suo contraccolpo. L’Europa, il Canada, gran parte dell’America Latina, hanno condannato l’attacco come un ritorno brutale a una diplomazia della forza. Le reazioni, rapide e dure, hanno isolato Washington in diverse sedi internazionali. L’ONU — non a caso — si prepara a convocare una sessione straordinaria. Intanto, nella stampa globale si moltiplicano i paragoni: da Grenada a Baghdad, fino al Vietnam, la storia americana sembra ripetersi sotto nuove vesti, ma con gli stessi fantasmi.
E tuttavia, è all’interno, non all’estero, che il presidente trova il fronte più spinoso. Il partito repubblicano, benché formalmente allineato, si presenta fratturato, attraversato da tensioni tra trumpiani ortodossi e conservatori istituzionali. I numeri al Congresso sono incerti, i margini parlamentari sottili, e l’ombra — reale — di un terzo impeachment comincia a profilarsi sullo sfondo. Trump, mai incline alla moderazione, ha risposto minacciando apertamente: se perderemo la Camera, non proteggerò nessuno.
Minaccia o promessa? È il linguaggio di un capo che si sente accerchiato, ma che non arretra. Eppure, i sondaggi raccontano altro: l’indice di gradimento non supera il 45%, la fiducia crolla anche tra i sostenitori storici, e la narrazione della “grande America” si infrange contro la realtà di un paese diviso, esausto, disilluso.
In questo quadro già teso, riemerge un vecchio sogno presidenziale: la Groenlandia. Non più battuta di spirito, non più provocazione — ma proposta strategica. “Chiave del futuro artico”, “scudo naturale contro la Russia”, “miniera energetica inesplorata”: così Trump descrive l’isola danese. Ma la risposta di Copenaghen non si è fatta attendere: no, secco, definitivo. L’Unione Europea ha confermato la propria opposizione, e le comunità Inuit, con dignità e fermezza, hanno riaffermato il proprio diritto all’autonomia.
Tuttavia, l’Artico — con le sue rotte nuove, le sue risorse rare, la sua centralità strategica — resta al centro della visione trumpiana. Non più territorio da conquistare, ma spazio da presidiare. Ed è qui che la “corsa al Polo” si fa metafora perfetta della sua presidenza: ambizione senza freni, movimenti rapidi, sfide in campo aperto — ma anche, inevitabilmente, crepe, attriti, resistenze.
Così, gennaio 2026 ci restituisce l’immagine di un presidente potente ma isolato, energico ma ostacolato, lucido nella strategia ma cieco nella sensibilità. Il suo margine di manovra esiste, ma si restringe ogni giorno. A tenerlo in piedi sono l’apparato militare, l’influenza mediatica, il carisma aggressivo. A limitarlo, invece, sono la democrazia parlamentare, l’opinione pubblica, e un mondo che non ha più intenzione di farsi comandare.
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