mercoledì 11 febbraio 2026

Specchi d'amore: il narcisismo del desiderio in Les Amours imaginaires

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pecchi d'amore: il narcisismo del desiderio in Les Amours imaginaires. Un film sulla passione giovanile che diventa ossessione estetica. Xavier Dolan mette in scena l’amore come narrazione immaginaria, interrogando il confine tra desiderio reale e riflesso di sé nell’altro.

In Les Amours imaginaires, Xavier Dolan non racconta semplicemente una storia di amori non corrisposti, ma costruisce un vero e proprio trattato visivo sull’illusione del desiderio. Il film – girato nel 2010, quando Dolan ha solo ventun anni – si presenta come una meditazione affilata, ironica, e talvolta spietata sulla natura stessa dell’innamoramento. Ma attenzione: non ci troviamo di fronte a un semplice triangolo sentimentale. La geometria dell'amore che Dolan disegna non ha angoli stabili – piuttosto, è fatta di specchi, superfici, rifrazioni. È un film sull'amore? Forse. Ma è, prima di tutto, un film sull’amore di sé, sulla messa in scena del sentimento, sulla teatralità del desiderio. Non si ama tanto l’altro, quanto ciò che l’altro fa risplendere in noi. Il cuore del racconto è tutto qui: l’altro non è più un individuo, un soggetto, un “tu”; l’altro è uno schermo, una superficie, una promessa.

La trama è semplice, quasi un pretesto: due amici, Marie e Francis, s’innamorano dello stesso ragazzo, Nicolas. Ma Nicolas, al di là di qualche gesto ambiguo, resta opaco. Non parla molto, non si espone, non sceglie. E proprio questa sua indefinitezza – la sua ambiguità sessuale e affettiva, il suo stile vagamente vintage, la sua bellezza classica – lo rende perfetto. Perfetto per cosa? Per essere amato. O meglio: per essere proiettato. In lui, Marie e Francis depositano desideri, sogni, insicurezze, idealizzazioni. E così, ciò che guardiamo non è la nascita di un amore, ma la nascita di una finzione. Non assistiamo a una relazione che evolve, ma a due narrazioni che si costruiscono in parallelo, alimentate da sguardi, fraintendimenti, gesti minimi.

Ed è qui che Dolan compie il suo gesto più radicale: svuota l’amore della sua sostanza affettiva per mostrarne la struttura estetica. L’innamoramento, sembra dirci, non è un’esperienza dell’altro, ma un’esperienza di sé – o meglio, un’esperienza del sé attraverso l’altro. Un gesto di costruzione narrativa, quasi cinematografica. Ed è proprio questo che il regista mette in scena, con intelligenza e ironia: ogni apparizione di Nicolas è trattata come un’epifania – ralenti, musica enfatica, campi lunghi, costumi perfetti. Ma l’epifania, reiterata, diventa cliché. E il cliché, mostrato nella sua nudità, rivela la propria natura fittizia. Lo spettatore sorride, talvolta ride, ma non può evitare di riconoscersi.

La grammatica visiva del film contribuisce potentemente a questo effetto. Dolan mescola suggestioni della Nouvelle Vague con la cultura pop contemporanea: simmetrie formali, ralenti esasperati, musiche rétro – da Dalida a Fever Ray – costruiscono un universo estetico sospeso, iperstilizzato, che più che raccontare un’epoca sembra evocare un’atmosfera mentale. Il cinema, qui, non è solo un mezzo: è un contenuto. Ogni scena è un tableau, ogni movimento di macchina è un gesto stilizzato. I riferimenti abbondano – Godard, Wong Kar-wai, Almodóvar – ma non si tratta di semplici citazioni: sono frammenti di una cultura cinematografica che si è fatta carne, o meglio, immagine. L’estetica è il filtro attraverso cui i personaggi percepiscono il mondo – e se stessi. In questo senso, Dolan appare vicino allo sguardo di un autore come Sofia Coppola, per cui l’esperienza affettiva è sempre filtrata, mediata, iconografica.

Ma a differenza di Coppola, Dolan spinge il gioco più in là. Il suo sguardo è più crudele, più ironico, più auto-riflessivo. Lo spettatore è portato dentro l’immaginario dei personaggi, ma al contempo è tenuto a distanza, costretto a vedere la messa in scena. Si crea una tensione – o meglio, una duplicità – tra l’immedesimazione e il disincanto. È un film romantico? Sì. È una satira del romanticismo? Anche. E proprio in questa ambiguità – mai sciolta, mai risolta – risiede la forza del film.

Il desiderio, in Les Amours imaginaires, non nasce dall’incontro con l’altro, ma dall’immaginazione dell’altro. Ogni gesto di Nicolas è letto, interpretato, ingigantito. Ogni silenzio è un mistero da decifrare. L’amore, così, non è un sentimento lineare ma un processo interpretativo, una sovrascrittura continua. Marie e Francis non vedono Nicolas per ciò che è, ma per ciò che potrebbe essere. È il desiderio come finzione, come costruzione, come performance. E Dolan, con acume e una certa dolcezza, ce lo mostra senza giudicarlo – senza elevarlo né ridicolizzarlo. Lo osserva. E, nel farlo, ci coinvolge, ci interroga, ci costringe a riconoscere quanto del nostro amore sia realmente vissuto – e quanto invece sia proiettato, narrato, sognato.

Il finale è emblematico. Dopo l’inevitabile disillusione, dopo il distacco, dopo il silenzio, tutto ricomincia. Un nuovo volto. Una nuova ossessione. Una nuova proiezione. Nulla è cambiato. Nulla è stato imparato. Ma è proprio in questa ripetizione – ciclica, crudele, ironica – che Dolan svela l’essenza profonda dell’amore contemporaneo: non più un’esperienza unica, irripetibile, fondativa, ma un pattern, un modulo, una sequenza estetica. Una danza di specchi che si riflettono all’infinito, moltiplicando fantasie e delusioni.

E allora sorge la domanda – inevitabile, bruciante, inquieta: l’illusione amorosa è un errore, un inganno da smascherare, o una necessità? È la nostra condanna o il nostro rifugio? Dolan non risponde. Non può – e forse non vuole. Ma ci costringe a porci la domanda, e questo basta. Anzi, questo è tutto. Perché in fondo, come diceva Oscar Wilde, “ci sono solo due tragedie nella vita: una è non ottenere ciò che si vuole; l’altra è ottenerlo”. E Les Amours imaginaires – malinconico, ironico, struggente – ci mostra che tra le due, forse, preferiamo la prima. Perché nell’illusione, almeno, c’è bellezza. E nella bellezza, c’è una forma – seppur fragile – di verità.

© DANIEL CRUSOE — Tutti i diritti riservati


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